SI VIVE E SI MUORE UNA SOLA VOLTA

SI VIVE E SI MUORE UNA SOLA VOLTA

Mi trovo a compiere 40 anni e non ho mai metabolizzato questa “cosa” fino a pochi giorni fa.

Se penso al Samuel adolescente, un giovane ragazzo introverso, sempre con la testa tra le nuvole che viveva ogni sua giornata sentendosi “fuori luogo” ovunque e con chiunque, si apre in me un lieve sorriso d’imbarazzo.

Se quel ragazzetto mi avesse incontrato oggi sono sicuro non sarebbe stato capace di riconoscersi.

Oggi, come fosse una vecchia pellicola da 35mm, osservo con nostalgia l’esperienze più belle della mia vita: un cammino lento che regala odori e colori di una società capace di sorridere senza filtri.

A 40 anni ho maturato la consapevolezza di essere affetto da numerose sindromi che ogni giorno alterano il mio presente e di conseguenza il futuro. Una costante presente in ogni “sindrome” è senza dubbio lo stato “emotivo dinamico” al quale la staticità diventa un ambiente tossico.

Ho compreso di soffrire della “sindrome di Peter Pan”; perennemente legato a quella leggerezza adolescenziale che porta a compiere scelte impulsive.

Capiamoci bene: questo non significa “immaturità” di pensiero o l’incapacità di essere responsabili, come se essere “responsabile” fosse una condizione mentale riconducibile alla maturità di una persona; no dei tanti concetti sovrastimati da una cultura mentalmente chiusa.

Chi soffre, come me, di questa sindrome ingenuamente approccia al quotidiano con entusiasmo e voglia di condividere. Tutto qua!

Da quando avevo 14 anni a tutt’oggi soffro della “sindrome del fatalista“. Ho incontrato la morte quel poco che basta per sentire l’emozione della vita.

In un precedente post/sfogo ho raccontato il mio incidente stradale che alla giovane età di 14 anni ha lasciato un segno indelebile, come per ricordarmi ogni mattina allo specchio “anche oggi essere in salute è una grande opportunità”.

Dicono sia una cosa positiva vivere di questa sindrome, offrendo l’energia per “succhiare tutto il midollo della vita” (come disse Walt Whitman) e godere al massimo ogni sfumatura possibile di questa esistenza terrena, ma questa è solo la superficie. Essere fatalista porta a fare i conti con le proprie paure ogni giorno. Ti sprona all’autoanalisi introspettiva per metabolizzare quello che desideri.

Sul desiderio ho imparato una cosa importante: sono veramente pochi quei desideri che coltivi fin da giovane, perché molti cambiano in base all’esperienze di vita ed è giusto che sia così. Se effettivamente sto evolvendo come persona è naturale che io non sia il Samuel di 3 mesi fa, nel bene o nel male, ma l’importante è impegnarsi ad essere sempre una versione migliore. E se dovessi sbagliare in una di queste fasi posso solo essere clemente con me stesso. “Solo chi fa sbaglia”.

Penso di essere nato con la “sindrome del sognatore ribelle”, ma penso anche di non essere il solo. Molti di noi, soprattutto nelle nuove generazioni, trovo le reazioni tipiche di coloro che ne soffrono: anticonformisti ambiziosi.

Sognare con spirito ambizioso è una cosa bellissima, purtroppo però viviamo in un sistema complesso e prepotente che taglia le ali di chi sa volare, come fossimo galline ovaiole a cui si vieta di scappare dal pollaio. Ma questo non ci fermerà, vero? Non smetteremo mai di sognare un mondo migliore. Però dobbiamo prometterci tra noi simili che non scapperemo, continuando costantemente nel provare a prendere il volo da casa nostra… dalla nostra Italia!

Avete ragione quando dite “perché devo compromettere il mio sogno solo per restare in Italia quando fuori dai nostri confini posso realizzarlo con molte meno difficoltà?” Non posso certo smentire, è la realtà dei fatti, ma dobbiamo allentare la nostra concentrazione verso gli ostacoli e guardare il nostro “intento” focalizzandoci totalmente sul desiderio, come facevano gli artisti di un tempo.

Un “sogno determinato” ha la robustezza di una querce millenaria! Un esempio calzante è quello di Filippo Brunelleschi, orafo e scultore con una grande passione verso l’architettura. Ha creduto talmente tanto al suo sogno da dedicare praticamente l’intera esistenza, entrato in cantiere a 27 anni con l’obiettivo di rivoluzionare l’architettura del tempo applicando una nuova tecnica che avrebbe chiuso la cupola del Duomo di Firenze (chiesa di Santa Maria del Fiore), terminando il suo capolavoro solo alla morte. Un’intera vita dedicata al suo sogno, duellando con le difficoltà che un tale progetto così ambizioso presentava ogni giorno.

Questa storia ci insegna una lezione importante: imparare ad ascoltare e percepire la potenza del nostro sogno per trovare la forza di realizzarlo. Un sogno potente non fallisce mai!

Oggi, nei miei 40 anni suonati, devo ancora realizzare tanti sogni. Uno più ambizioso dell’altro, ma concatenati tra loro, mettendo al centro le cose più importati attorno a noi: l’ambiente, le persone ed il nostro Belpaese.

Sono cosciente di quanto sia razionalmente impossibile a questa età poter realizzare sogni così ambiziosi ma fortunatamente soffro di così tante “sindromi” che miscelate tra loro forgiano al mio cospetto un arma così potente da far tremare l’armata delle difficoltà che dovrò affrontare ogni giorno della mia vita 😉

Sun Zun, nell’arte della guerra, cita una frase che racchiude il puro mindset del vincente: “i guerrieri vittoriosi prima vincono e poi vanno in guerra, mentre i guerrieri sconfitti prima vanno in guerra e poi cercano di vincere.”

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